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Sofia Cara – La scuola tra tradizioni e innovazione – Intervista a Caterina Lembo

Le menti creative riescono
a resistere anche ai
peggiori sistemi educativi.

Anna Freud

 

La scuola italiana così come la vediamo oggi è inevitabilmente il frutto di numerosi cambiamenti che hanno investito le diverse epoche storiche apportando innovazioni ma anche momenti di stallo e recessioni dovendo adattarsi a trasformazioni politiche e sociali, economiche e cultuali.  In altre parole la scuola non è soltanto un’istituzione educativa, ma il risultato di un lungo processo di trasformazioni che hanno progressivamente modellato la sua organizzazione fino alla forma che conosciamo noi oggi. Quest’articolo si pone quindi l’obiettivo di pensare alla scuola che pur essendo oggi il fondamento della società sia nata come una struttura riservata ad sorta di privilegiati fino a diventare una scuola di massa, aperta a tutti e in grado realmente di diffondere conoscenze, valori, tradizioni e competenze.

Partendo dall’analisi del testo di Massimo Recalcati “L’ora di lezione”, si è sviluppata l’idea dell’intervista, volta a capire come “la scuola si vede e come si racconta, attraverso il punto di vista di studenti e docenti”, e proprio le parole condivise dalla vice preside la prof. Caterina Lembo hanno portato ad una riflessione più profonda sul tema del cambiamento dell’istituzione scolastica nel corso del tempo. In tal senso l’insegnate così come scrive Massimo Recalcati si trova a svolgere una delicata funzione sociale:

«Se c’è qualcosa che resta della scuola nell’epoca della sua evaporazione indisciplinare, è il rapporto del soggetto col sapere che la funzione dell’insegnante deve essere in grado di animare»[1]

In effetti al di là dei profondi cambiamenti l’insegnate ha l’obbligo e il piacere di fare da ponte tra la cultura e le trasformazioni che investono la società ma anche la storia e i valori sociali della storia. Nel corso dell’800 e del 900, il sistema scolastico italiano ha subito importanti trasformazioni attraverso diverse riforme che hanno contribuito a diffondere l’istruzione è ad organizzare la scuola in modo sempre più moderno o possiamo dire all’avanguardia.

Un primo passo fondamentale fu compiuto con la Legge Casati (1859),che istituì un sistema scolastico nazionale, rese obbligatoria l’istruzione elementare per il primo biennio, e stabiliva classi separati in base al genere in cui maschi e femmine ricevevano un’educazione orientata ai ruoli che la società dell’epoca attribuiva loro.

Successivamente la Legge Coppino (1877) rafforzò il principio dell’Istruzione obbligatoria e gratuita, estendendo così l’obbligo scolastico, introducendo sanzioni per le famiglie che non permettevano ai figli di frequentare la scuola e riducendo il peso dell’educazione religiosa.

Nel 1923, la Riforma Gentile, promossa dal ministro dell’istruzione Giovanni Gentile, riorganizzò profondamente l’intero sistema scolastico punto la scuola venne strutturata in diversi percorsi di studio e il liceo classico fu considerato il più prestigioso per la formazione della futura classe dirigente. Divenne dunque, quella di Gentile, una scuola sicuramente più ordinata ed efficiente, ma anche più rigida e selettiva, l’obbligo di frequenza venne elevato fino al quattordicesimo anno di età, venne poi introdotta la materia di religione cattolica e l’esame di stato.

Nel complesso quindi queste tre riforme mostrano come la scuola italiana si sia evoluta nel corso del tempo e come l’istruzione sia diventata progressivamente uno strumento fondamentale per la crescita culturale e sociale del Paese.

Dall’intervista è emersa l’idea che la scuola sia cambiata così come è cambiata la società, infatti una scuola attuale posta in un contesto di vent’anni fa sarebbe mediocre, perché non allineata alla corrispettiva realtà sociale. Analogamente sono cambiate le richieste rivolte agli studenti, si pretende lo sviluppo di competenze diversificate che all’epoca non venivano richieste; si tende perciò a formare alunni poliedrici, proprio perché è la società che evolvendosi lo necessita. A noi studenti viene chiesta proprio questa versabilità o flessibilità culturale proprio perché non avendo ancora intrapreso un percorso universitario siamo ancora del tutto duttili e malleabili culturalmente.

Proprio riferimento alle parole della prof. Caterina Lembo: “si stanno inserendo delle novità di una scuola anglosassone o comunque extraterritoriale, ma su una scuola gentiliana perché la scuola italiana ha ancora delle fondamenta gentiliane e quindi è tutto un aggiungere e mai un sostituire”. Questo lo si vede molto nell’orientamento verso la scelta universitaria,” la troppa offerta, la troppa differenziazione e particolarizzazione che c’è adesso in aggiunta ai capisaldi, porta un po’ a un maggiore disorientamento, così gli studenti si sentono come un asino tra due mucchi di paglia che muore di fame perché non sa se mangiare quello di destra o quello di sinistra”.

Questo processo di trasformazione non ha riguardato soltanto gli studenti e l’organizzazione scolastica, ma ha inciso profondamente anche sulla figura dell’insegnante, chiamato oggi a rispondere ad esigenze educative e relazionali sempre più complesse.

Oggi la credibilità e il riconoscimento sociale che veniva attribuito all’epoca al docente pian piano sta svanendo, nella scuola attuale così come gli studenti sono sottoposti a diversi doveri e richieste, anche “all’insegnante si delegano moltissime funzioni oltre a trasmettere il sapere e mobilitare il desiderio di conoscere, il docente ha il compito di ascoltare, capire e dialogare con gli studenti, aiutarli a conoscere se stessi e a relazionarsi con gli altri”.

Questa osservazione richiama un concetto affrontato  da Massimo Recalcati nel suo testo in cui afferma «Il vero cuore della Scuola è fatto di ore di lezione che possono essere avventure, incontri, esperienze intellettuali ed emotive profonde.»[2]

In altre parole, Recalcati sostiene che una lezione autentica non si limita a far imparare qualcosa o a trasmettere semplicemente informazioni, ma può lasciare un segno nella crescita umana dello studente, aiutandolo a comprendere meglio sé stesso e la realtà che lo circonda. Per questo la lezione diventa il luogo in cui il sapere prende vita e acquista significato.

Nel corso del tempo la scuola italiana ha attraversato numerosi cambiamenti, adattandosi alle trasformazioni sociali, economiche e culturali del Paese. Oggi il sistema scolastico tende ad aprirsi a modelli educativi più flessibili e innovativi, spesso ispirati alle esperienze internazionali, in particolare a quelle statunitensi. Si valorizzano maggiormente le competenze pratiche, il lavoro di gruppo, l’uso delle tecnologie digitali e la centralità dello studente nel processo di apprendimento. Tuttavia, nonostante queste innovazioni, la scuola italiana conserva ancora molti elementi riconducibili all’impostazione introdotta dalla riforma di Giovanni Gentile del 1923.

Giovanni Gentile, filosofo dell’idealismo e ministro dell’Istruzione durante il primo governo fascista, concepì una scuola fortemente selettiva e gerarchica. La sua riforma attribuiva grande importanza alla formazione umanistica, considerata il percorso più elevato per la crescita spirituale e culturale dell’individuo. Il liceo classico divenne la scuola d’élite destinata a formare la futura classe dirigente, mentre gli altri percorsi erano orientati a preparare gli studenti a ruoli professionali differenti. Al centro dell’insegnamento vi era la figura del docente, depositario del sapere e guida autorevole degli studenti.

Molti aspetti della scuola italiana contemporanea derivano ancora da questa impostazione: il valore attribuito alle discipline teoriche, la centralità della valutazione, l’importanza dell’autorità dell’insegnante e una certa tendenza alla selezione degli studenti. Anche se negli ultimi decenni si è cercato di rendere la scuola più inclusiva e orientata allo sviluppo delle competenze, l’eredità gentiliana continua a influenzarne la struttura e la cultura.

Questa riflessione può essere collegata anche al complesso di Edipo elaborato da Sigmund Freud. Secondo Freud, il complesso di Edipo rappresenta una fase dello sviluppo psicologico del bambino, caratterizzata da sentimenti ambivalenti nei confronti delle figure genitoriali. Il superamento di tale fase avviene attraverso l’interiorizzazione delle regole e dell’autorità rappresentate dal genitore, contribuendo alla formazione della personalità e del senso morale.

 

La scuola, soprattutto quella ispirata al modello gentiliano, può essere vista come una delle istituzioni che proseguono questo processo di confronto con l’autorità. L’insegnante assume simbolicamente una funzione simile a quella genitoriale: trasmette norme, conoscenze e valori, richiedendo disciplina e rispetto. Lo studente, nel suo percorso di crescita, è chiamato a confrontarsi con questa autorità, ad accettarne i limiti e progressivamente a sviluppare autonomia critica.

In una scuola moderna, tuttavia, il rapporto tra docente e studente tende a essere meno rigido rispetto al passato. L’autorità non si fonda più soltanto sulla gerarchia, ma anche sul dialogo e sulla collaborazione. In questo senso si può affermare che l’evoluzione della scuola rispecchia anche una trasformazione del modo in cui la società concepisce l’autorità: non più un potere da subire passivamente, ma una guida con cui confrontarsi per costruire la propria identità.

In conclusione, la scuola italiana si trova oggi in una posizione intermedia tra innovazione e tradizione. Da un lato guarda a modelli educativi più aperti e dinamici; dall’altro conserva l’impronta lasciata dalla riforma di Giovanni Gentile, che ha segnato profondamente la storia dell’istruzione italiana. Il collegamento con il complesso di Edipo permette di comprendere come la scuola non sia soltanto un luogo di trasmissione del sapere, ma anche uno spazio fondamentale per la formazione della personalità e per il rapporto dell’individuo con l’autorità e le regole della vita sociale.

 

 

[1] Recalcati M., L’ora di Lezione Einaudi, Torino 2014 pag.37.

 

 

[2] Ibidem pag. 9999.

 

 

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