L’olocausto è una pagina
del libro dell’umanità da cui
non dovremmo mai togliere
il segnalibro della memoria.
Primo Levi
L’Olocausto si presenta come uno degli eventi centrali del 900′. La notizia di quella che i gerarchi nazionalsocialisti chiamavano “soluzione finale”, sconvolse il mondo, più di quanto lo sconvolse la guerra stessa. L’idea di una simile atrocità ha pervaso e attanagliato le menti dei contemporanei fino ancora al giorno d’oggi. Circa 12.000.000 di vittime tra Rom, zingari, omosessuali, nemici politici e, soprattutto, ebrei. l’Olocausto (termine derivante dalla tradizione ebraica traducibile in “bruciare tutto”, che si riferiva principalmente alle vittime sacrificali) ribaltò la percezione del mondo, e della sua presunta razionalità, mettendo in crisi molte certezze umane. A interrogarsi su questo tema, fu la filosofa tedesca Hannah Arendt. Arendt assistette al processo del gerarca nazista Adolf Eichmann, tenutosi a Gerusalemme e che si concluse il 15 dicembre 1961 con la condanna a morte dell’ex burocrate, impiccato nella mezzanotte del 31 maggio 1962. La filosofa tedesca rimase particolarmente colpita dalle parole con cui Eichmann si giustificò davanti alla corte, tramite cui descriveva sé stesso come un semplice ed efficiente burocrate esecutore semplicemente degli ordini che arrivavano dall’alto. In quella che è forse la sua opera più famosa, “La banalità del male o Eichmann a Gerusalemme”, la Arendt spiega come, nonostante le atrocità commesse, il male in Eichmann non sia definibile “radicale”, ma “banale”. L’obiettivo non era, ovviamente, screditare gli eventi, ma far capire come il male possa presentarsi sotto forma di una semplice esecuzione di ordini. Spiega così che nell’uomo quando vengono meno fattori come il dialogo interiore o il pensiero critico, si è in grado di compiere atrocità, solo perché poste nelle forme di un ordine dell’autorità e, con l’assenza a punto di una visione critica della realtà, scaturisce nell’esecutore di tali azioni, un processo di “deresponsabilizzazione”, per cui la successione causa-effetto, viene interrotta nella sua mente, eliminando il collegamento tra le azioni e l’esito di tali gesta. Il male diventa così “banale” quando vengono meno i processi di interiorità e concezione di sé e delle proprie azioni, abbandonandosi all’obbedienza all’autorità e al conformismo che pervade la società, in particolare nei totalitarismi, per via del sistema burocratico particolarmente dettagliato e meccanizzato, che permette la deresponsabilizzazione dell’individuo e l’interiorizzazione di una visione sociale meccanicistica.
Un altro studioso che si occupò del tema del genocidio messo in atto dai nazisti fu il sociologo Zygmunt Bauman. Bauman, scappato alle atrocità, fuggendo in URSS a seguito della duplice invasione nazi-sovietica della Polonia, sua patria, per evitare le persecuzioni dovute alle sue origini ebraiche, si confrontò con questo tema nella sua opera “Modernità ed Olocausto” del 1989. In essa analizza come quest’evento non fu altro che il frutto della modernità della società. Il testo inizia con le due principali tesi che sminuiscono l’Olocausto, e ne fanno sentire di meno l’impatto: la prima è il legare l’evento alla sola storia ebraica, vedendola sì come una tragedia, ma distante dagli altri gruppi e in generale dalla maggioranza della popolazione, finendo inoltre per dimenticare le milioni di vittime non ebree morte nei lager; la seconda è la visione dello sterminio come un solo evento eccezionale, qualcosa di singolare, unico, che si deve far riflettere, ma che non vediamo come qualcosa che potrebbe accadere nuovamente. L’opera tratta insomma le ause per cui si è giunti fino all’Olocausto, e, tra i vari, spicca ovviamente l’antisemitismo, tipico delle società europee del tempo (basti pensare all’Affaire Dreyfus di qualche decennio prima). La diaspora rese il popolo ebraico “senza patria”, da cui nasce quindi la necessità di distinguere un “noi” e un “loro”, un “ingroup” e un “outgroup”, un “nativo” e uno “straniero”. Se alla miscela aggiungiamo l’invidia peer le ricchezze degli ebrei, spesso ricchi borghesi o proprietari terrieri, la popolazione ebraica diventa il bersaglio perfetto per l’antimodernismo. Nascono così teorie antisemite e razziste su cui la propaganda nazista puntò molto per giustificare le proprie azioni. Un “senza patria” non può essere né invaso né conquistato, ma rimane un nemico, e, in quanto tale, va eliminato. Bauman a questo punto spiega come la Shoah sia un frutto tipico della modernità, un “test della modernità”, come lui stesso lo definirà. La modernità è disumanizzante, fa perdere all’uomo la ragione, l’umanità, lo spirito critico, instaurando nel cittadino la distinzione tra gli uomini, l’idea che ognuno sia un singolo, un numero, un ingranaggio che fa solo il suo lavoro. Non a caso lo scopo dei campi di concentramento era di annientare l’uomo fisicamente e psicologicamente, assegnandoli un numero, eliminandone l’identità. La modernità crea una ragione burocratica che controlla l’individuo, e ne elimina la capacità di discernere, di ragionare, di prendersi la responsabilità, che non vediamo più così come nostra, per via dell’ottica che ci viene instaurata che ci fa vedere allo specchio come semplici esecutori.
Le teorie di Bauman e Arendt hanno molti punti in comune come il ricondurre alla base del genocidio il conformismo, all’obbedienza all’autorità, a vari processi che scaturiscono nell’uomo sensi che eliminano la responsabilità nell’uomo, e con l’ottica di una società fatta da ingranaggi che svolgono solo il loro compito; il tutto grazie ad un minuzioso e importante sistema burocratico. La differenza sostanziale sta però nella genesi dell’evento: in Arendt la visione del male banale si incentra molto sul singolo; in Bauman, invece, il punto di vista è più ampio e rivolto alla società moderna. In ogni caso furono entrambo grandi studiosi che ribaltarono la percezione di queste catastrofi e che vennero influenzati da latri, influenzando poi altri. L’olocausto non fu un tema riservato alla ricerca sociologica e/o filosofica, ma sono varie le scienze umane che si interrogarono sul tema. Si pensi agli studi della psicologia sociale di Asch, Milgram (i cui esperimenti furono citati direttamente da Bauman) o Zimbardo che si interrogarono sui temi che i due studiosi prima citati vedono alla base della Shoah. In antropologia fu Strauss che più di altri si mise al centro di questo dibattito con l’opera “Razza e storia” stesa sottocommissione dell’UNESCO. La pedagogia montessoriana e di Milani proponevano approcci basati sulla libertà totale del fanciullo e che lo distacca da influenze di ogni tipo puntando allo sviluppo del suo pensiero critico. Le teorie di Bauman hanno inoltre, in una visione forse un po’ forzata, uno strascico di Rousseau che denunciava la corruzione dell’uomo, vedendone all’origine la società. Dalle teorie di Bauman e Arendt possiamo trovare una visione adattabile al mondo moderno. L’invasione tecnologica crea in noi un senso di distanza, di distacco dalla realtà, il quale provoca in noi lo sviluppo di uno spirito cinico e disinteressato nei confronti degli avvenimenti della modernità. I social se da un lato permettono una maggiore efficienza nelle comunicazioni, dall’altro fanno scaturire in noi un senso di divario tra noi e ciò che vediamo tramite i dispositivi. Inoltre, l’obbedienza cieca, e la piena fiducia verso figure che rimangono comunque a noi distanti riprende a pieno la visione della filosofa tedesca e del sociologo polacco di cui ho parlato, in un tema che più si va avanti e più risulta moderno. La dipendenza dalle apparecchiature elettroniche, e il loro costante controllo sulle nostre vite fa sentire sempre più vicina nella vita reale la nazione fittizia di “Oceania” del romanzo “1984” dello scrittore inglese George Orwell; anche se l’obbedienza senza opposizioni, che controlla ogni aspetto della vita, muta ciò che dovrebbe essere intoccabile e si avvicina a ciò che giurò di eliminare ricorda la storia del romanzo “La fattoria degli animali”, dello stesso autore. La volontà di mutare istituzioni da considerare intoccabili per aumentare il controllo sulla popolazione, i maiali che diventano indistinguibili dagli uomini contro cui inizialmente lottarono, i politici che per ottenere consensi utilizzano retoriche populiste, sono tutti punti in comune che uniscono la realtà con la finzione, passato e presente. La svolta politica verso destra che il nostro mondo sta vivendo ultimamente mostra come dal passato che dovremmo imparare a ricordare, quelle cose giuriamo di non far accadere di nuovo tornino piano piano, nascoste, non in modo evidente, ma che con calma si iniziano a mostrare, e, nonostante sempre di più siano poste sotto i nostri occhi, sembra che ci rifiutiamo in modo collettivo di vederle. Il controllo dei mezzi d’informazione che bloccano e nascondono le atrocità commesse dai governi si assomigliano particolarmente con le modalità con cui la Camera della Cultura del Reich di Goebbels nascondeva i lager al mondo. Per concludere, le teorie di Arendt e Bauman portano in sé più insegnamenti e riscontri con la modernità di quanto si possa immaginare: il controllo, l’obbedienza, la burocrazia che porta ad azioni crudeli e alla deresponsabilizzazione. Tutto ciò prova che quando si parla di Olocausto non parliamo solo dei lager, ma del mondo moderno nella sua interezza. Primo Levi scriveva “Se questo è un uomo”, ma forse bisogna anche pensare “Se questa è una società”.