Contributi degli studentiGenerale

Bellagamba Valeria – L’amore è incomprensibile forma di pazzia

Pazza la mamma, pazza la figlia

pazza tutta la famiglia

Viola Ardone 

 

Il romanzo Grande Meraviglia di Viola Ardone affronta il tema della salute mentale attraverso
una prospettiva profondamente umana e storica. L’autrice racconta il mondo della vecchia
psichiatria italiana, mostrando la realtà dei manicomi prima della riforma di Franco Basaglia.
Il libro permette di riflettere non solo sulla sofferenza psicologica ma anche su come la
società abbia utilizzato i manicomi come strumenti di controllo sociale. Emerge, di
conseguenza, il ruolo delle donne, spesso rinchiuse non perché realmente malate, ma
perché considerate “scomode”, ribelli o incapaci di rispettare i modelli imposti dalla società,
bastava poco per essere internate: comportamenti considerati “strani”, depressione, crisi
emotive…
Il libro percorre la storia dell’incontro tra Elba, una ragazza nata e cresciuta in manicomio, e
il giovane “dottorino” Meraviglia, psichiatra basagliano che vuole chiudere le porte dei
manicomi e rendere la psichiatria umana. Elba non vuole andarsene dal Mezzomondo
perché è la sua casa, lì c'è la sua Mutti, la sua famiglia, le altre donne ricoverate e il
personale che ci lavora. Tutti Coloro che entrano a far parte del Mezzomondo diventano
istituzionalizzati, perché le istituzioni totali sono alienanti, per chiunque le abiti. Nel
Mezzomondo, esiste “una sola stagione” quella “dell’attesa” in un’epoca in cui i manicomi
erano luoghi di detenzione piuttosto che di cura. La vera conquista per il dottore meraviglia è
avere compreso, attraverso le storie di Elba e delle altre donne, che non basta togliere
sbarre e catenacci dalle porte e dalle finestre per tornare a fare parte dell’altra metà del
Mezzomondo, la sofferenza psichica e la libertà sono qualcosa di più di questo. Il diario dei
malanni di Elba raccoglie le osservazioni della giovane sulle altre donne ricoverate e aiuta a
comprendere il senso della loro sintomatologia molto meglio di ciò che è scritto ed elencato
nei manuali dei disturbi mentali, semplici elenchi di sintomi senza nessuna connessione con
la vita e le esperienze delle persone. Ardone quindi attraverso la storia di Elba e il suo diario
dei malanni vuole mostrare che dietro ogni “diagnosi” ci sia una persona, con emozioni,
paure e desideri.
Il malato mentale è sempre stato visto come un individuo pericoloso, da isolare. I manicomi
erano dunque il luogo più adatto per allontanare queste persone dalla società. Qui i pazienti
perdevano: libertà, identità personale e diritti fondamentali. Questo tema si collega al
pensiero del filosofo Michel Foucault, autore di Storia della follia nell’età classica, secondo
cui la società ha storicamente escluso chi non rientrava nella norma, trasformando la follia in
uno strumento di emarginazione. Il filosofo afferma anche che il concetto di follia o devianza
non sia qualcosa di definito. Nel corso del tempo infatti gli individui sono stati considerati
“folli” per ragioni completamente diverse tra loro. Questo fa capire che la follia non sia un
aspetto completamente naturale ma anzi emerge e si alimenta a discapito del contesto
socio-culturale, storico. Per cui, una persona considerata oggi folle, nel passato poteva
essere considerata del tutto normale e in salute. E viceversa .
Uno degli aspetti più duri della vecchia psichiatria riguarda i metodi utilizzati all’interno dei
manicomi. Molti strumenti oggi sono considerati violenti e disumani, tra i quali troviamo
sicuramente l'elettroshock che consisteva nel provocare scariche elettriche al cervello per
trattare disturbi psichici gravi. In passato veniva spesso praticato senza anestesia e senza

consenso del paziente, causando dolore e traumi. È il caso della Mutti, la madre di Elba, la
quale sottoposta per lungo tempo all'elettroshock ha perso la memoria a breve e lungo
termine e presenta crisi di epilessia.Un altro strumento era la camicia di forza, utilizzata per
immobilizzare i pazienti considerati pericolosi. Simboleggia perfettamente la logica
repressiva dei manicomi: non curare, ma controllare. Per non parlare poi dei sedativi e dei
farmaci utilizzati in grandi quantità per mantenere i pazienti tranquilli, più che per un reale
percorso terapeutico. Infine l’isolamento, con il quale le persone perdevano la propria
identità. Nel romanzo Ardone pone l’accento su un altro aspetto fondamentale: le donne
erano i soggetti maggiormente destinati ai manicomi. Il loro unico problema, di fatto, era
nascere donne in un paese patriarcale. sono sempre state considerate più “fragili”, emotive
e instabili rispetto agli uomini e molti comportamenti venivano interpretati come segni di
follia. Ma quali erano i veri motivi per cui venivano rinchiuse? Si tratta veramente di follia ?
La risposta è no. Le donne venivano rinchiuse perché rifiutavano il matrimonio, vivevano
liberamente la sessualità, soffrivano di depressione post-partum, erano troppo indipendenti,
si ribellavano al marito o alla famiglia, mostravano comportamenti “scandalosi”. Questi erano
i veri motivi, nessuna malattia certificata. Quindi il manicomio diventava un vero e proprio
strumento di controllo per punire chi usciva dai ruoli tradizionali imposti dalla società
patriarcale. Nel libro infatti viene esplicitato il motivo per cui la Mutti si trovasse nel
manicomio, ossia per la sua indole libertina e perché il marito l’ha denunciata per adulterio.
Sulla cartella clinica viene segnalato il fatto che non abbia una famiglia, e per questo
considerata socialmente pericolosa. Elba legge anche i fascicoli di altre donne, perlopiù si
tratta di diagnosi generiche: lunatica, malinconica, dispettosa, irosa, menzognera, pazza
morale, esibizionista… dunque nessuna era realmente pazza da dover passare un'intera
vita al mezzo mondo.
“I manicomi non chiudono Elba, al massimo cambiano nome, esisteranno fino a che
esisteranno gli uomini, perché la pazzia è cosa umana”. Questa è la frase pronunciata
dall’infermiera Gillette. Dimostra il pensiero della vecchia psichiatria e come le persone
all’interno di queste istituzioni totali fossero completamente alienate e non avessero nessuna
prospettiva di miglioramento.
La situazione iniziò a cambiare grazie al lavoro di Franco Basaglia, che denunciò le
condizioni disumane dei manicomi italiani. Secondo Basaglia: “Il malato mentale è prima di
tutto una persona.” Da questa visione nacque la Legge Basaglia, che: abolì
progressivamente i manicomi, restituì dignità ai pazienti, introdusse cure territoriali e più
umane. Questo si collega all’articolo 32 della Costituzione italiana, che tutela il diritto alla
salute. La salute mentale deve essere considerata parte integrante della salute della
persona; Per questo è fondamentale garantire: cure dignitose, inclusione sociale, rispetto dei
diritti umani. L’idea alla base della riforma è che il malato mentale non debba essere
escluso, ma accompagnato all’interno della società. Dopo la riforma, sono nate nuove
strutture che puntarono all’inclusione: i Centri di Salute Mentale (CSM), i Servizi Psichiatrici
di Diagnosi e Cura (SPDC) e le Comunità terapeutiche. In queste strutture il disagio mentale
viene affrontato con un approccio che consideri: fattori biologici, fattori psicologici, fattori
sociali. Si tratta di un approccio biopsicosociale, coerente con la visione di Basaglia,
secondo cui il paziente deve essere visto nella sua globalità.
La storia dei manicomi insegna quanto sia pericoloso privare le persone della libertà e della
dignità in nome della paura o del pregiudizio. Il tema della salute mentale è molto

attuale:ansia, depressione e disagio psicologico colpiscono sempre più persone, soprattutto
giovani. Nonostante i numerosi progressi esistono ancora: stigma sociale, paura della
diversità, difficoltà nell’accesso ai servizi psicologici. Per questo Grande Meraviglia non è
solo un romanzo sulla malattia mentale, ma una riflessione sulla dignità umana e sulla
libertà. Il libro mostra gli errori della vecchia psichiatria e l’importanza della rivoluzione
portata da Basaglia. L’opera ci invita a guardare la fragilità non con paura o giudizio, ma con
comprensione e umanità. Viola Ardone ci invita a guardare la fragilità con occhi diversi.
Invita a cambiare prospettiva: non vedere il disagio mentale come qualcosa da allontanare,
ma come una condizione da comprendere. La “Grande meraviglia” può essere interpretata
proprio come la capacità di riconoscere valore anche nella vulnerabilità umana e soprattutto
nella sua diversità.

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