Generale

Vanni Baldieri: Caffè – Scuola

Humanum fuit errare,
diabolicum est per
animositatem in
errore manere.

Errare fu umano,
ma è diabolico
perseverare per
animosità dell’errore

[Sant’Agostino, Sermoni, 164, 14.]

L’idea di portare il caffè sociopedagogico nel sistema scolastico nasce dall’esperienza maturata in diversi anni di attività come insegnante, operatore socio-culturale e osservatore delle dinamiche interattive che si sviluppano nel gruppo-classe, luogo sicuramente privilegiato per la descrizione, analisi e sintesi dei percorsi di crescita. Anche sul piano didattico istituzionale dove per esempio il Piano triennale dell’offerta formativa (PTOF) lascia ampio spazio a quella didattica modulare costruita sugli insegnamenti inter-disciplinari1. In effetti dal punto di vista di crescita dell’insegnante non è difficile dimostrare la tesi che attraverso le nuove tecnologie informatiche la didattica è cambiata: da anni ormai non si utilizza più la lavagna ed il gessetto, ma la LIM (Lavagna Interattiva Multimediale) sta così perdendo di significato la classe reale, lascando fisicamente spazio alla classe virtuale: elettronica e immateriale. È facile immaginare che il registro elettronico permette al genitore di osservare la presenza del figlio in classe ma anche la sua presenza nel mondo virtuale in quanto non è presente fisicamente ma stando tranquillamente a casa o in ufficio può verificare se il figlio è stato o meno interrogato controllando così la valutazione proprio sul registro elettronico.

Non solo il genitore spesso crede di poter chiamare il proprio figlio sul telefono cellulare, oppure crede addirittura di poterlo videochiamare con WhatsApp Web e quindi assistere alla lezione in modo virtuale: non presente fisicamente ma di sicuro presente nello spazio elettronico della rete telematica. La didattica poi è cambiata anche dal punto di vista delle metodologie: basti pensare al concetto di classe rovesciata o flipper class, i diversi role playing anche circle time o semplicemente games2 (forse sarebbe più semplice dire o scrivere “salti mortali da acrobati professionisti”) che l’insegnante/formatore spesso deve ricorrere per attirare l’attenzione di alcuni alunni o discenti. E allora perché non pensare ad un caffè neo-illuminista dove gli studenti di nuova generazione imparano a gestire un dialogo scritto/parlato elegante nel pensiero e nella parola: essere in grado di esprimere il proprio giudizio in funzione di questi cambiamenti.

L’idea del caffè, come luogo di incontro tra docenti, studiosi, chi sa forse anche genitori e alunni potrebbe sembrare dunque innovativa, ma se pensiamo alle strategie didattiche per l’insegnamento, a ben vedere e nella realtà dei fatti, questa forma spuria di apprendimento è sempre esistita; se non altro sul piano informale e spontaneo dove e non a caso emergono problematiche, forse ancora più profonde di quello che possiamo credere. In una logica di reciprocità, quindi -dialogo tra pari- è lecito chiedersi cosa pensano gli studenti di tutte queste trasformazioni. Cosa pensano gli studenti dell’utilizzo della LIM? Cosa pensano gli studenti della nota classe rovesciata3? Si tratta dunque di una forma di apprendimento, quello illuminista dove si tenta realmente di democratizzare il sapere tra soggetti che si pongono realmente sullo stesso piano intellettuale.

In effetti ribaltare la classe e provare a far tenere una lezione a uno studente cercando di responsabilizzarlo su un tema specifico della materia può essere una metodologia efficace ma non possiamo darlo per scontato: in alcuni casi funziona, in altri casi invece si dimostra essere una metodologia che crea dispersione, senso di inadeguatezza ed essere addirittura confusionaria. E allora l’idea di creare una caffè neo illuminista sociopedagogico può diventare veramente l’occasione per ascoltare, leggere e osservare il punto di vista degli studenti creando non solo un’occasione di contatto ma soprattutto di confronto al pari de docenti, quindi tra anche tra allievi in una sorta di dialogo aperto.

Il contesto della conoscenza si pone dunque al centro di un processo comunicativo scientifico4 dove il principale presupposto riguarda il sapere degli studenti: essere pienamente consapevoli che anche gli studenti hanno una loro conoscenza, una loro esperienza e sono in grado di portare avanti un dibattito intellettuale costruito anche solo sulla spontaneità del sapere. Se pensiamo che l’apprendimento e la socializzazione di fatto possono tradursi in un confronto e quindi in una sorta di percorso di crescita allora non dobbiamo avere paura di ascoltare anche il punto di vista dei più giovani. D’altra parte fare scuola significa anche mettersi in una posizione di ascolto5, di apertura considerando che la scuola prima di tutto è degli studenti e la formazione è di fatto rivolta a loro, per loro e con loro.

La scuola almeno da questo punto di vista si costruisce insieme. Quindi in sintesi possiamo affermare che il cenacolo del caffè sociopedagogico si traduce in coro a più voce, polifonico, dove anche gli insegnanti possono apprendere qualcosa dai propri studenti. È vero spesso gli studenti sbagliano ma se non gli diamo la possibilità di sbagliare con eleganza e stile e se non riusciamo a fargli capire che l’errore è indispensabile per poter capire il significato delle regole allora verrebbe a mancare quel paradosso indispensabile per l’apprendimento: avere la capacità di sbagliare.

Il caffè storico filosofico riportato nell’era della post modernità ci permette dunque di accettare anche sul piano scientifico la comunicazione a più voci in quanto non si limita ad affrontare il dialogo tra due persone, o due adulti, ma prende come riferimento anche il dialogo tra più persone e soprattutto tra persone diverse per età, classe sociale, appartenenza a gruppi altamente differenziati: studenti, insegnanti e genitori. In questo spazio così eterogeneo che si configura la possibilità di ascoltare con umiltà e rispetto il punto di vista dell’altro: il più giovane. D’altra parte che dialogo sarebbe se non vi fosse la possibilità di accettare il confronto? A ben vedere le contradizioni, le conflittualità e le asperità che nascono dal confronto posso realmente trasformarsi in una logica di crescita; è proprio sulla capacità di provare a trovare una mediazione possibile tre numerose diversità che riusciamo a creare quelle occasioni di crescita e sviluppo delle nostre più singolari attitudini.

In effetti la scuola non è un esamificio dove si apprendono solo nozioni, teorie o formule di matematica quanto piuttosto un luogo dove gli insegnanti cercano di capire quali siano le possibili attitudini e inclinazioni degli studenti. Non si spiega neanche più di tanto la storia della filosofia o la storia della letteratura italiana quanto piuttosto si cerca di capire se quello studente ha la capacità di poter studiare magari un domani la filosofia e l’italiano. Si cerca di capire se potrà un domani fare quel mestiere oppure se potrà continuare i suoi studi. Quindi è proprio grazie al confronto tra classi sociali differenziate che tali diversità emergono e si riescono a capire quali sono le possibili ed eventuali potenzialità dello studente.

Infine non dobbiamo dimenticarci che le nuove tecnologie di comunicazione elettronica possono realmente aiutarci in quanto si avvalgono di schemi interattivi, video, mappe concettuali che si possono fare in presenza (didattica frontale) ma anche a distanza quindi attraverso il web6. Esistono laboratori di scrittura che possono realmente attivare corsi di scrittura creativa realizzati proprio sula base di una logica di confronto nella misura in cui realizziamo quella che dal punto di vista scientifico prende il nome di: Learning Organisation7. Si tratta di una forma di apprendimento organizzativo che utilizza le nuove tecnologie informatiche e multimediali anche a distanza al fine di riuscire a formare studenti attraverso team dislocati in diversi punti del pianeta. D’’altra parte se ci pensiamo a fondo la didattica in quanto tale si costruisce proprio sulla base della capacità di creare occasioni di contatto tra studenti che hanno caratteristiche diverse tra loro.

Se un genitore dovesse entrare realmente e fisicamente in una classe si renderebbe conto che oggi le scuole pubbliche sono fortunatamente ricche di ragazzi di religione islamica, rom, disabili, mussulmani, russi e cinesi, qualche ragazzo africano e chiaramente anche studenti italiani. Su queste differenze e con queste diversità dobbiamo fare i conti pensando ad una reale logica inclusiva capace di contenere tutti senza perdersi nessuno. Non è dunque una sfida facile ma non è di certo una sfida impossibile: chi sa forse il caffè illuminista, riflessivo e sociopedagogico può essere proprio la migliore risposta.

Bibliografia

  • Brand S., Media Lab, Baskervile, Bologna 1993.

  • Negroponte N., Essere digitali, Sperling, Milano 1995.

  • Rifkin J., Il secolo biotech, Baldini, Milano 1998.

  • Scanlon E., Communicating Science, The Open University, London 1999.

  • Thurbin J., Learning Organisation, Jackson, London 1995.

1 Piano nazionale per la scuola digitale previsto dalla legge 107 del 13 luglio 2015.

2 Cfr., Negroponte N., Essere digitali, Sperling, Milano 1995, pp. 169.229.

3 Scanlon E., Communicating Science, The Open University, London 1999, pp. 42-51.

4 Ibidem, p.4.

5 Ivi.

6 Cfr. Brand S., Media Lab, Baskervile, Bologna 1993, pp. 135-143.

7 Cfr. Thurbin J., Learning Organisation, Jackson, London 1995, pp. 35-78.

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