Reciprocità e didattica audiovisiva

Vanni Baldieri – La reciprocità nella didattica audiovisiva

Per lo studioso delle strutture
dei nuovi media ogni particolare
del mosaico del mondo contemporaneo
è carico di vita e di significato

  1. Mc Luhan

In questa breve sezione del caffè si affronteranno i termini, i concetti e le argomentazioni che possono migliorare la fruizione delle nuove tecniche di formazione veloce, cercando di capire dal punto di vista pedagogico, se al tempo stesso possono essere realmente un vantaggio o un deterrente per l’apprendimento e la formazione delle nuove generazioni. L’ipotesi di fondo e di lavoro pone il giornalismo on line, la televisione, il cinema come momenti ludici e di svago ma anche di crescita, rispettando però alcuni requisiti che solo apparentemente potrebbero sembrare superflui o di poco conto. Persino il web può essere un ottimo strumento per l’apprendimento e la crescita intellettuale della persona, ma è necessario focalizzare l’attenzione sulle dinamiche che permettono la sedimentazione dei valori e delle informazioni; chiedersi in tale senso quanto sia importante lo spazio che dedichiamo al post-cinema, o post-televisione, in altre parole quanto tempo e quante energie dedichiamo al dialogo allo scambio comunicativo in particolare tra gli adolescenti e con gli adolescenti. Più semplicemente possiamo chiederci che valore può avere la nota pizza dopo il cinema o il caffè dopo la visione di una trasmissione in TV? Parafrasando il noto libro di K. Popper la televisione è realmente una cattiva maestra? E la stessa cosa vale anche per il cinema? E per quanto concerne il web vale lo stesso ragionamento? E allora i media sono realmente dei cattivi insegnanti?

Il paradosso sembra quasi confermare l’ipotesi che siano proprio gli studenti a cui dobbiamo fare riferimento se entriamo nella didattica on line: loro sono i nostri migliori insegnanti per quanto concerne i forum di discussione, le chat, i blog, in una parola sola gli adolescenti sono i principali attori del palcoscenico sociale dello spazio in rete, per la rete e quasi sempre a favore del web. Quindi per onestà intellettuale se volgiamo pensare al cinema che fa scuola il primo presupposto o requisito fondamentale dovrebbe essere quello di ribaltare l’aula, quindi provare almeno per un momento a mettere gli studenti in cattedra.

Bene il risultato non è di fatto così scontato: alcuni ragazzi hanno difficoltà ad esprimere un loro giudizio critico su un determinato film, non riescono a descrivere in modo chiaro l’intreccio narrativo, non riescono con facilità a commentare la fotografia, a volte non si riesce neanche a capire a fondo se hanno sedimentato le loro emozioni rispetto ai contenuti di un particolare film anche se quello stesso film ha riportato un grande successo. Ma non è sempre così, in altri casi alcuni studenti che non avevano neanche delle valutazioni così particolarmente positive, sono rimasti affascinati e hanno dimostrato non solo di aver seguito con interesse il film ma sono stati anche capaci di ricavarne delle riflessioni particolarmente interessanti.

In tale senso focalizzando l’attenzione sulle fasce più deboli della classe, ovvero quelli che potremmo definire i più pigri i più distratti, insomma quei ragazzi che hanno maggiori difficoltà vale la pena riflettere più a fondo su alcune considerazione. Il problema è del film? Oppure alcuni adolescenti hanno difficoltà ad esprimere le loro emozioni? Di fatto non è così semplice sciogliere la matassa.

Di sicuro alcuni adolescenti, indipendentemente dalla famiglia di origine hanno delle particolari caratteristiche come l’essere più o meno esuberanti, estroversi o timidi e quindi più o meno predisposti al dialogo. E’ anche vero però ed è questa l’ipotesi più capace di mettere in discussione la figura dell’adulto che siamo proprio noi adulti o noi insegnanti che non siamo capaci di creare quelle condizioni necessarie affinché i più giovani riescano ad esprimere il loro giudizio. Siamo noi che ci ostiniamo a non voler capire il loro linguaggio iconico o verbale, semiotico, in alcuni casi addirittura simbolico o non verbale.

Per essere sintetici e diretti possiamo fare qualche esempio. La televisione e il cinema sono MEDIA che potremmo definire monomediali dal momento in cui si propongono al grande pubblico, ma raramente lasciano spazio all’interlocutore, in quanto solo dopo che abbiamo visto un film o un programma radiotelevisivo possiamo esprimere un nostro giudizio, un commento o una critica; nella realtà solo a trasmissione avvenuta che possiamo dire o comunicare qualcosa ad un piccolo e comunque numero ristretto di persone: amici o paranti che hanno condiviso o non condiviso la programmazione. Il format cinematografico e radiotelevisivo sono costruiti per il grande pubblico, anche se non sempre tengono in grande considerazione il punto di vista delle categorie più fragili. Anche se si tratta di un film per il sociale e sul sociale. È vero esistono tante occasioni di incontro per promuovere la programmazione cinematografica ma di sicuro sono più rare quelle radiotelevisive e ancora più rare sono le occasioni per ascoltare il comento, le riflessioni, i diversi punti di osservazione dei più giovani, magari anche in forma scritta. Motivo per cui vale la pena promuovere, anche in piccoli abstract, il contributo cinematografico degli studenti che si sono cimentati nella saggistica per il web.

In tale senso in questa sezione del caffè si cercherà di creare quelle condizioni siano necessarie affinché si riesca a democratizzare i contenuti di una programmazione cinematografica e radiotelevisiva dando voce anche a chi si sperimenta per la prima volta con la propria capacità di scrivere. Si tratta dunque di un piccolo laboratorio capace di organizzare una filiera in grado di promuovere il lavoro sulla scrittura creativa. Senza avere pura di sbagliare, di fare errori, cercando più che altro di liberare quella creatività e immaginazione che di fatto aiuta l’insegnante ad avere un feedback diretto con i suoi studenti, passando anche attraverso le nuove tecnologie di comunicazione veloce. In effetti possiamo prendere a prestito le parole di un noto mass mediologo:

«L’istruzione è la difesa civile contro il fall out dei media. Sin ora l’uomo occidentale non è stato educato o equipaggiato ad affrontare anche uno soltanto dei nuovi media in termini che gli sono propri. L’uomo alfabeta di fronte alla foto o al cinema non soltanto è intorpidito e vago ma accentua questa inettitudine con un atteggiamento di arroganza difensiva e di condiscendenza per la sottocultura e per i divertimenti di massa»[1].

Ora la difficoltà è proprio quella di riuscire a creare una relazione -alla pari- con i soggetti su cui è stato costruito un film, un programma radiofonico o anche un articolo di giornale, in quanto solo attraverso una scrittura lenta, riflessiva, elegante e ponderata, costruita sulla sintassi del pensiero e soprattutto rispettosa dei tempi dei ragazzi più giovani che si riesce a capire cosa viaggia nelle loro menti. Un mondo affascinante che non smetterà mai di stupirci.

E questo vale per la didattica a scuola, ma anche nel dialogo in famiglia e tra persone in genere, proprio perché mettersi nella posizione di ascolto non è tra le cose più semplici. Non è un caso, infatti che Le Manovich, studioso e noto massmediologo, non inserisce né il cinema né la televisione tra i linguaggi raffinati dei nuovi media, proprio perché sono solo strumenti o mezzi, e non è detto che siano sempre inseriti in termini di contenuti e argomentazioni nel grande spazio della rete.

Un buon protocollo di comunicazione per far parte dell’HCI (Human-computer Interface)[2] deve avere per necessità epistemologica mantenere almeno uno o più requisiti nella sintassi del linguaggio multimediale e paradigmatico, per esempio essere in grado mantenere a lungo uno statuto epistemologico comunicativo per il dialogo a più voci; essere dunque polifonico cercando di favorire la diffusione di un sapere  democratizzato, senza rischiare però di essere fagocitato dalla rete stessa. Né la televisione né il cinema mantengono uno standard comunicativo capace invece e per converso di trattenere il pensiero scritto o parlato proprio dell’interlocutore, il quale rischia di trasformarsi in uno spettatore muto; una sorta di dialogo tronco, tecnologico, di massa e seriale. I nuovi MEDIA in tal senso rischiano così di perdere così il loro senso più proprio: la comunicazione appunto!

Ben diverso è riuscire a vedere un film a scuola, interromperlo magari nei momenti più salienti, ribadire l’importanza di prendere appunti, chiedere a tutta la classe se quel particolare fotogramma è troppo incisivo, troppo cruente oppure se è ritenuto banale e dispersivo, inutile in altre parole un film a scuola ha grandi potenzialità pedagogiche se senza però perdere il nostro principale obiettivo: la crescita formativa e pedagogica ma anche di socializzazione degli studenti.

Il presupposto è che – la televisione non parla al telefono con la lavatrice- allo stesso modo con cui il professore non parla con i suoi studenti, sino a quando non si decide di mettersi in una reale posizione di ascolto: il dibattito in aula è necessario proprio per “riabbracciare l’umano”; altrimenti avremmo sempre e comunque un estraneo in classe. In tale senso la reciprocità nella didattica audiovisiva ha la necessità di costruire uno statuto epistemologico per quanto semplice, altamente dettagliato in una o più declaratorie in quanto riproduce o meglio replica le istanze comunicative del piccolo gruppo che si proietta sul web:

  • stabilire a priori i tempi di programmazione cercando di mediare tra il piacere della visione del format e particolare cura dell’attenzione in classe, tenendo sempre presente che un film così come un programma radiotelevisivo rischia di non essere interpretato come un momento di studio o di riflessione e di apprendimento;
  • ribadire che la visione del film non è come la programmazione in sala e di conseguenza l’interruzione è necessaria per ascoltare il giudizio nell’immediatezza anche del singolo fotogramma così come del singolo monologo o di qualsiasi altro dialogo ritenuto importante o di rilevo anche nell’editing editoriale;
  • distribuire schede per la valutazione delle impressioni alla fine della programmazione in essere dal momento in cui si costruisce un percorso didattico anche se ludico e di svago ma sempre e comunque formativo per i ragazzi;
  • utilizzare il laboratorio di scrittura per sistematizzare e organizzare la pianificazione dell’attività che si decide di realizzare dopo la programmazione dell’evento in modo da riuscire ad archiviare anche il singolo commento, pregiudizio e giudizio riferito al contesto e contenuto proposto in aula.

Se non costruiamo dunque un sano presupposto teorico e metodologico capace di creare un clima di sana reciprocità a scuola, anche utilizzando il telefonino, lo spazio web, la videocomunicazione, il registro elettronico, persino – la telepresenza dell’ologramma in 3D del professore su misura nel format da salotto- potrebbe diventare dispersivo rispetto al nostro principale obiettivo, quello di costruire delle competenze il più stabili nel tempo come la scrittura, migliorare la capacità espositiva; essere dunque in grado di avere un proprio pensiero autonomo, consapevole anche se per certi versi e in certi casi scomodo.

Ora vedere un film a scuola può realmente essere formativo se cerchiamo di tener conto di alcune sintassi che si dimostrano fondamentali per capire cosa hanno realmente capito in termini di contenuti i nostri ragazzi.  In altre parole guardare un film senza però aver definito in modo chiaro, organico e sistematico una vera e propria metodologia didattica, finalizzata ad una reale e concreto processo di formazione a distanza (Fad) rischia di tramutarsi un pericoloso prodotto incapace di stabilire un contatto diretto con i nostri principali interlocutori. Se partiamo dal presupposto che la nascita, lo sviluppo, il consolidamento e la fruizione delle tecnologie di comunicazione elettronica hanno radicalmente trasformato non tanto la figura dell’insegnante, quanto piuttosto il suo modo di fare lezione, allora diventa necessario mettere in discussione quella pedagogia speciale che per troppi anni si è dimostrata autoreferenziale. Forse vale realmente la pena ripartire da quella che già negli anni venti Edward Clparède chiamava la Scuola su misura che orientava la programmazione didattica sul modo di costruire un percorso di pratica editoriale tagliata a modello di studente. E questo credo sia utile anche per le nuove tecnologie di comunicazione veloce così come per la critica cinematografica per la didattica costruita appunto per la scuola. Infatti le pause, le riflessioni e i dibattiti e persino i giudizi possono diventare inutili se non vengono adeguatamente, raccolti, corretti, archiviati e riproposti in aula per capire con chiarezza se quel particolare messaggio è stato veicolato in modo esaustivo anche a distanza di alcuni mesi.

Per tutti questi motivi che sono stati scelti deliberatamente dagli studenti alcuni film ritenuti migliori rispetto ad altri ed è stato realizzato uno spazio che prenderà il nome di cine scuola per il caffè sociopedagoco proprio in questo medesimo spazio web.

VB

[1] M. Mc Luhan, Understanding Media (1964) trad. It di Ettore Capriolo, Gli strumenti del comunicare, Est, Milano 1998, p.208

[2] Manovich, L. The Language of New Media (2001), trad. it R. Merlini Il Linguaggio dei nuovi media, Olivares, Milano 2002, pag. 97.

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