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Michelle Bobboni – Per una critica della critica al sistema sociale

Per una critica della critica al sistema sociale

Nel momento in cui
dubiti
di poter volare perdi
per sempre
la facoltà di farlo

J.M. Barrie PETER PAN

 

In modo diretto ed esplicito rispetto ad altri classici della sociologia come Weber, Comte o Durkheim, nel pensiero di Talcott Parsons (1902-1979) appare chiara una questione teorica di particolare importanza: l’ordine costituito, inteso come sistema sociale è frutto della semplice laboriosità umana, dunque meritocratico e oggettivamente appagante sia per il singolo sia per la collettività, oppure è semplicemente il frutto di una serie di interessi di parte canalizzati in una sorta di elitè in grado di favorire solo alcuni rispetto ad altri? In effetti nel testo The Social System (1951) possiamo pensare alla società come un sistema di regole ampliamente articolato dove l’autore ha creato un luogo per così dire adatto per posizionare la società americana a lui contemporanea come il frutto di una sorta di «posizionamento» di una determinata collettività.  Ridotto ai minimi termini e per una maggiore semplicità di analisi, il problema dell’ordine sociale e del suo adattamento alla collettività possiamo farlo risalire a noto esempio della condizione ideale dello stato di natura di Thomas Hobbes (1588-1679) dove l’idea di libertà non è più intesa semplicemente come libero arbitrio concetto agostiniano che per secoli aveva coinvolto tutto il mondo della cristianità, ma come unica forma di adattamento possibile alle condizioni imposte dalle autorità stesse, all’epoca riferite al sovrano e dunque non realizzabile in termini di democrazia assoluta. Non a caso l’attribuzione di senso rispetto al corpo che si muove in uno spazio libero troverà necessariamente un ostacolo nella manifestazione o rappresentazione del suo agire come causa natura del suo stesso movimento: provazione di libertà stessa[1].

Non a caso la logica di Hobbes è quella di stabilire un sistema normativo che definisce i confini che idealmente possiamo configurare nel Leviathan la sua principale opera pubblicata nel 1651 dove la figura mitologica del Leviatano, viene idealmente paragonata all’assolutismo monarchico[2]. Tale rappresentazione strumentale servirà ad Hobbes per giustificare il potere della monarchia assoluta. Già dalla copertina del testo troviamo la raffigurazione del mostro biblico (Giobbe, 40-41) per alludere alla potenza assoluta dello stato personificato dal sovrano: nel frontespizio del capolavoro infatti il re viene raffigurato come un individuo immenso, formato dalle teste di tutti gli altri individui. In tal senso se prendiamo a prestito le parole di Hobbes non dovremmo stupirci se il confronto con il mondo animale sembra essere così perfetto:

«È vero che certe creature viventi, come le api e le formiche, vivono socievolmente fra loro pur senza avere altra direzione che i loro giudizi e appetiti particolari, né avendo loquela con cui significarsi vicendevolmente quello che ritengono utile per il bene pubblico; qualcuno, perciò, potrebbe forse desiderare di sapere perché l’umanità non possa fare altrettanto»[3].

 

Ora concettualmente dobbiamo considera che nel sistema ideato da Hobbes il contratto ovvero l’atto attraverso il quale i singoli individui trasferiscono il proprio diritto al sovrano in quanto è l’unico a garantirgli protezione. Tutto ciò diventa il risultato del comportamento che possiamo definire legale, cioè istituito da un meccanismo utile a fissare l’emissione di condizioni, affinché il soggetto possa vendere i propri servizi ad altri al fine di rispettare le condizioni di stabilità del sistema stesso. Concetto che però ritroviamo anche in Parsons, dove il sistema di regole si traducono in un sistema di componenti strutturali della società, che possiamo di seguito elencare: regole interne a componenti più complessi come codici e declaratorie non sempre esplicitate all’uomo comune, meccanismi con cui le motivazioni individuali sono socializzate e già producono diversi tipi di personalità e di cambiamenti del sistema sociale, infine, il loro rapporto con i sistemi simbolici che rappresentano nella maggior parte dei casi espressi in sistemi dominanti. Ora rispetto ai tradizionali classici della sociologia del Novecento Parsons vedeva un tipo di potere conflittuale all’interno del sistema sociale, per cui a suo avviso il fatto di raggiungere un equilibrio minimo è allo stesso tempo un” miracolo e una sfida”.

Ordine e integrazione sono per lui instabili, costituiscono un compromesso dinamico, una continua frammentazione e riorganizzazione tra le forze, che promuovono la coerenza tra le varie parti del sistema e i molteplici fattori che modificano costantemente il rapporto tra le parti. Un problema che in effetti si presta a varie e possibili critiche soprattutto se pensiamo alla società americana non profetizzata dallo stesso autore ma densa di aspettative come quella della seconda metà del secolo scorso. È pur vero che non possiamo però accusare Parsons di essere un fautore dell’ordine e dell’integrazione, semplicemente perché ha posto questo tema al centro della sua riflessione e quindi, ha sottovalutato il ruolo delle forze opposte all’ordine costituito.

Tutto ciò non è dunque solo un modo sbagliato per iniziare a valutare la sua influenza sulla sociologia; anche perché ciò impedirebbe di vedere che i limiti non sono dovuti ad una mancanza di comprensione della natura stessa del conflitto sociale: condizione prevista anche dallo stesso autore.

Possiamo dunque affermare che il conflitto è dunque inevitabile in quanto o per un motivo o per un altro chi subisce l’azione di potere prima o poi tenterà di sovvertirlo. Tuttavia la struttura del materiale organizzativo del sistema sociale[4] è fornita dal contesto delle variabili strutturali e dai vari modi in cui sono applicabili all’organizzazione dei componenti del sistema relazionale. La struttura importante del suo pensiero la possiamo sintetizzare nel seguente schema di riferimento noto come lo schema o modello condivido in particolar il modello AGIL, in cui Parsons designa i 4 imperativi a cui ogni sistema sociale è chiamato a rispondere: Adaptation, Goal Attainment, Integration, Latent Pattern, Maintenance. Questi imperativi si ritrovano non solo all’interno della società analizzata nel suo complesso ma anche in ogni singolo sistema, istituzione o qualsiasi formazione sociale, dove “ruoli” svolgono un complesso di interazioni i tra soggetti, i quali vi prendono parte come rappresentanti di una determinata posizione, svolge una sua importante e dignitosa funzione sociale. Tutto ciò risponde a tutti quei dubbi che inevitabilmente possono sorgere dal momento in cui non è così scontato capire il funzionamento della società moderna e contemporanea che solo apparentemente potrebbe sembrare ordinata, ma nella realtà dei fatti si rivela sempre più complessa e ricca di contraddizioni.

 

 

 

Bibliografia

Parsons T., Il Sistema sociale Edizioni di Comunità, Milano 1996.

Hobbes T., Il Leviatano, Laterza Roma Bari, 2003.

[1] Cfr., Hobbes T., Leviathan (1650) trad.it Agostino Lupoli, Laterza, Roma -Bari, 2003, pp. 11-14.

[2] Cfr., ivi.

[3] Hobbes, ibidem, pag. 141.

[4] Cfr., Parsons T., The Social System (1951) trad.it di Amedeo Cottino, Edizioni di Comunità, Milano 1996.

 

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