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Matteo Pezzoli – Per una critica al concetto di sistema

Il vero segno dell’intelligenza non è la
conoscenza ma l’immaginazione

Albert Einstein

 

Questo articolo parte dalla premessa di voler approfondire la ricerca di un sistema di regole, norme e prassi metodologiche che hanno contribuito a modificare un determinato modo di vedere il mondo. Un obiettivo ambizioso ma, in effetti, se consideriamo il lavoro di Parsons, non è difficile porsi la domanda se abbia contribuito ad una reale svolta paradigmatica a partire dalla seconda metà del Novecento considerando così anche l’attuale stratificazione del welfare state di cui, a torto o ragione ne beneficia oggi il mondo moderno e contemporaneo.

Talcott Parsons fu un sociologo statunitense del XX secolo, considerato sicuramente come il principale esponente della corrente del Funzionalismo sociologico che però trova in precedenza anche riscontro nell’approccio antropologico di Malinowski. La ricerca sul campo svolta tra il 1914 e il 1918 presso le isole Trobian sulle coste della nuova Guinea ha, in effetti, posto quelle condizioni necessarie affinché molto più tardi Parsons formulò la sua teoria sul sistema sociale. Non è un caso che il termine funzionalismo diventa speculare in antropologia e sociologia anche se tali discipline non hanno una reciproca corrispondenza in quanto, ovviamente, cambiano i metodi e le conseguenti metodologie. Tale biunivoco approccio applicato alle scienze sociali possiamo inoltre considerarlo come diretta conseguenza delle concezioni Durkheimiane poiché non si occupa esplicitamente della spiegazione di fenomeni sociali, quanto dei metodi di indagine e di linee generali per giungere a tali spiegazioni.

Il funzionalismo sociologico di Parsons parte dunque dal presupposto di considerare la società come un sistema organico complesso e vivente in un sistema di interazioni ed interrelazioni tra i soggetti che ne fanno parte. Questa è la reale rivoluzione paradigmatica in quanto rispetto a Malinowski e Durkheim, Parsons concepisce un rivoluzionario modo di guardare al sistema sociale, considerandolo come un sistema di sistemi. Proprio su questa base concettuale, Parsons sviluppa il suo intero lavoro che verrà da lui battezzato nell’opera The social system, pubblicata nel 1951.

Egli, inoltre, definisce uno schema generale euristico di facile interpretazione, forse dovuto anche alla sua capacità di volgarizzare certi principi e corollari in una serie di imperativi basilari che la società necessita per soddisfare l’eventuale e possibile estinzione. Tale schema è da lui nominato e poi tradotto nel famoso “schema AGIL”, in cui AGIL è un acronimo dei 4 imperativi fondamentali e precedentemente accennati: Adaptation, Goal attainmnent, Integration e Latent pattern maintenance.

Sostenendo il The social system, il sociologo statunitense cerca così di definire una teoria generale dell’azione sociale partendo dalla premessa che, all’interno di una ricerca sociologica (e poi di una successiva osservazione, analisi e riflessione) sul sistema delle azioni sociali, è necessario tenere conto di almeno tre impostazioni teoriche disciplinari: la personalità degli individui coinvolti, la cultura della società interessata ed il suo sistema sociale di riferimento. Questo, secondo Parsons comporta l’impiego di concezioni teoriche, principi, postulati e dunque teoremi, metodi e leggi proprie (in relazione allo statuto epistemologico di ogni disciplina), rispettivamente, della psicologia, dell’antropologia e della sociologia. Volutamente non si fa cenno all’approccio metodologico in quando per ovvi motivi gli strumenti così come le metodologie cambiano radicalmente e per dovere deontologico non sarebbe corretto metterle a confronto.

Nel pensiero Parsoniano sono chiaramente visibili le influenze di Max Weber, Émile Durkheim, Georg Simmel e Sigmund Freud, Erich Fromm, ciò comporta, inevitabilmente, una non indifferente poliedricità dei concetti trattati ed una notevole varietà di terminologie peculiari delle specifiche Scienze Umane. A tal proposito, Parsons si avvale, inoltre, anche delle sue conoscenze di scienza economica per analizzare il vastissimo sistema delle azioni sociali e, forse, non è un caso che essendo figlio di un ministro congregazionista, abbia avuto un punto di vista privilegiato rispetto ad altri autori. Dunque, nell’introduzione del “Sistema Sociale”, il sociologo afferma che l’essere umano non ha, istintivamente e naturalmente, una propensione sociale che gli asserisca l’inserimento nel gruppo, nonostante la maggior parte della soddisfazione dell’individuo derivi proprio dall’equilibrio e dalla conciliazione tra interessi personali e interessi collettivi. Secondo Parsons è necessario divulgare un’educazione alla socialità e, ovviamente, delle regole che assicurino un ordine ben articolato all’interno della società

Seguendo tale logica, si può ammettere che Parsons denota effettivamente i due principali problemi della società: l’integrazione e l’ordine, che di per se non possiamo dare per scontato e in effetti la storia non manca di guerre, conflitti, prevaricazioni e soprusi di ogni genere: lotte per motivi religiosi, economici e sociali.

È molto probabile che da Max Weber, egli abbia ripreso il concetto di “agire sociale”, proprio per analizzare l’intero sistema delle azioni sociali.

A tal proposito, vengono esaminati quelli che vengono definiti “oggetti sociali”, ovvero i soggetti delle azioni sociali. Secondo Parsons vi sono in effetti oggetti fisici, oggetti culturali ed oggetti sociali veri e propri. Gli oggetti “fisici” sono le singole unità empiriche direttamente condizionate dal soggetto agente; gli oggetti “culturali”, invece, sono tutti gli elementi che derivano delle tradizioni culturali della società presa in analisi, e che agiscono nelle determinate azioni sociali pur non facendo parte delle personalità dei singoli individui.

Successivamente, anche se sempre nello stesso testo, Parsons dà la fondamentale definizione di “sistema sociale”, affermando che:

“un sistema sociale consiste di una pluralità di soggetti individuali inter-agenti tra loro in una situazione che presenta per lo meno un aspetto fisico o ambientale, i quali sono spinti dalla tendenza all’ottimizzazione della gratificazione e la relazione con le rispettive situazioni, inclusive di ogni altra situazione, è definita e mediata nei termini di un sistema di simboli culturalmente strutturati e condivisi”[1].

Con questa definizione, il sociologo, ribadisce e sottoscrive l’importanza dell’azione sociale nel proprio contesto di riferimento dove l’ambiente circostante porta inevitabilmente alla condivisione. D’altra parte, non possiamo in alcun modo considerare la realtà sociale come un rigido e perfetto schema, proprio perché ciò sarebbe evidentemente utopistico, irreale; va dunque ammessa la condivisone, o possibilità di fluire, di uno schema esposto anche al fallimento. Perciò, la principale critica che si può fare al lavoro di Parsons è legata sicuramente ad una sua visione troppo idilliaca e perfetta della società, in cui non vi è alcuna considerazione tantomeno per il diffuso fenomeno sociale delle devianze, ovvero di tutti quei comportamenti non omologati e non conformi alle linee di condotta adeguate ed adeguabili al sistema sociale stesso. In effetti nel suo schema di riferimento non viene dedicato ampio spazio alla possibilità di sbagliare, di agire in modo errato all’errore umano di cui anche la società. Sotto questo punto di vista, non possiamo non fare riferimento a Robert King Merton, anch’esso esponente del Funzionalismo dove però il concetto di devianza sociale trova la giusta collocazione considerato come di scacco in virtù dell’errore o devianza rispetto alla norma. La particolarità di questo sociologo è che non analizza il fenomeno delle devianze sociali con occhio rigoroso, matematico o scientifico, ma attraverso una concezione comprensiva, umanistica e naturalistica di esse, affermando che fanno parte di una caratteristica comportamentale umana. In poche parole, le devianze, per Merton, non sono altro che dei comportamenti che si conformano prettamente allo stato naturale dell’uomo e, proprio per questo, vengono viste in maniera negativa da un sistema sociale. A mio avviso, un valido esempio ne è l’utopistica realtà dell’anarchia la quale, pur esprimendo degli ideali assolutamente apprezzabili e naturali come la libertà, l’uguaglianza e la liberazione dalle oppressioni, rimane ancora oggi confinata in uno schema difficile da realizzare in quello che possiamo definire il Sistema Uomo; ancora troppo imbrigliato in quelle reti di significato che ne impediscono un vero e utopico agire sociale.

 

Bibliografia

Parsons, T., Il sistema sociale, Edizioni di Comunità, Milano 1996.

Durkheim, E., Le regole del metodo sociologico, Editori Riuniti, Roma 1996.

Tentori, T., Antropologia culturale, Edizioni Studium, Città di Castello 1990.

[1] Parson T., The Social System, (1951) trad.it., Amedeo Cottino, Il Sistema sociale, Edizioni di Comunità, Milano 1996, pag.13.

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