Contributi degli studenti

Francesco Giudici – La Giustizia

Nessuno può darti la libertà.
Nessuno può darti l’uguaglianza
o la giustizia o qualsiasi altra cosa.
Se sei un uomo, te le prendi.

Malcom X

Giustizia, una parola antica spesso usata e abusata a volte in modo improprio, altre volte in modo corretto ed appropriato, così come si trova nei testi di giurisprudenza, di fatto deriva dal latino iustitia: virtù eminentemente sociale che consiste nella volontà di riconoscere e rispettare i diritti altrui attribuendo così a ciascuno ciò che gli è dovuto secondo la ragione e la legge; in senso forse più oggettivo, il riconoscimento ed il rispetto dei diritti altrui, sia come consapevolezza sia come prassi dell’uomo singolo ma addirittura delle istituzioni nel complesso delle attività che dovrebbero andare oltre il capriccio del singolo individuo. Proviamo a fare un esempio ripercorrendo le tappe della storia d vita di un uomo non certo per contestare questa definizione ma più che altro per comprenderne l’aderenza rispetto alla vita reale al fine di non rimanere solo sul piano teorico giurisprudenziale.

Dith Pran, nato nel 1942 in Cambogia, era un giornalista e lavorava nella sede del New York Times come interprete per i reporter americani, diventerà grande amico di Sydney Schanberg che per i suoi articoli sulla guerra civile in Cambogia vincerà un premio pulitzer.

Avverrà dunque una guerra civile tra le forze governative e i Khmer Rossi di Pol Pot, che durerà fino alla presa del potere dei comunisti nel 1975.

Pran riesce a far fuggire dalla capitale moglie e figli su un camion militare degli stati uniti durante la loro ritirata dal Vietnam e dai paesi circostanti; Pran e Schanberg rimarranno nella città per raccontare la cronaca della conquista del potere da parte dei Khmer Rossi: sperando che la situazione si calmi presto, i khmer inizieranno a sparare sulla gente per strada.

Dopo un incontro con dei khmer armati che Pran riesce a dissuadere dall’uccidere lui e gli altri giornalisti, si rifugiano nell’ambasciata francese dove tutti tranne Pran riescono a raggiungere gli Stati Uniti dove Schanberg si prenderà cura della moglie e dei bambini di Pran. Per il cambogiano invece iniziano cinque anni di terrore.

Il 1975 fu chiamato “Anno Zero”, per simboleggiare il fatto che la Cambogia veniva “rifondata”: i Khmer Rossi avevano l’ordine di giustiziare chiunque indossasse occhiali, trucco, orologi, prove d’influenza occidentale. Pran è inviato in un villaggio per essere “rieducato” a colpi di bambù tra esecuzioni sommarie, lavoro manuale estenuante e di diete a base di brodaglia di riso: la fame è tale che i prigionieri mangiano qualunque cosa riescano a procurarsi, dai serpenti, alle lumache, fino ai topi e perfino alla carne dei cadaveri. Già in questo primo aspetto si intuisce quanto Pran si trova nella condizione di rimpiangere l’educazione occidentale che lo aveva portato a credere ai valori umani e paga il prezzo della condanna alla tortura ben sapendo che tutto ciò che aveva acquisito negli anni passati faceva parte di un altro mondo. Quasi due milioni di cambogiani sono stati uccisi in questo modo, mentre il mondo rimaneva in silenzio e gli Stati Uniti, ritiratisi dal Sud-Est asiatico e profondamente segnati dall’esperienza vietnamita, rivolgevano la propria attenzione ad altre questioni. Nel frattempo Sydney Schanberg riceveva il premio Pulitzer nel 1976 per i suoi reportage sulla Cambogia e cercava disperatamente di avere notizie di Pran, ma senza successo. E allora la giustizia non è solo un valore teorico da dizionario? Il non avere successo non significa soltanto vincere un premio giornalistico ma anche risolvere una situazione.

Solo nel 1979 il regime dei Khmer rossi viene rovesciato dall’invasione vietnamita e la popolazione può far ritorno nelle città.

Dith, sopravvissuto, scopre che 50 membri della sua famiglia sono stati uccisi e decide di fuggire nel timore che anche i vietnamiti possano perseguitarlo con l’accusa di essere una spia al servizio del nemico statunitense per il suo passato di contatti con gli americani. Inizia insieme ad altri profughi una marcia estenuante (sessanta miglia al giorno attraverso le mine, tra truppe dei vietnamiti e Khmer Rossi), fino al confine tailandese, rifugiandosi in un campo profughi. Qui chiede a un funzionario americano di contattare Schanberg, che si precipita in soccorso dell’amico cambogiano e lo aiuta a raggiungere gli Stati Uniti. A San Francisco Pran ritrova la famiglia, inizia a lavorare al New York Times come reporter e nel 1986 diventa cittadino americano. Questa è la vera vittoria perché al di là dei sacrifici, delle torture in nome dell’amicizia si è riusciti a salvare una vita umana. Dith passerà tutto il corso della sua la vita come paladino delle campagne dei diritti umani contro i genocidi e a favore delle vittime di quello cambogiano.

Alla sua morte avvenuta nel 2008 all’età di 65 anni disse che il suo unico rimpianto fu quello di non poter vedere Pol Pot, il capo dei khmer rossi, davanti la giustizia e processato davanti al mondo. Questo è ancora oggi un lato oscuro che fa intendere come nella storia dell’essere umano esistono dei tratti bui che non durano per sempre ma lasciano amarezza in questo racconto ma è pur vero che per capire a pieno un’esperienza bisogna aspettare di giungere alla fine della narrazione. Solo nel 2018, 40 anni dopo la caduta del regime di Pol Pot, morto nel 1998, il suo vice Nuon Chea venne condannato all’ergastolo da un tribunale speciale dell’O.N.U. per genocidio, “commesso con l’obiettivo di “stabilire una società atea e omogenea, sopprimendo tutte le differenze etniche, nazionali, religiose, razziali, di classe e culturali“, In aula erano presenti un centinaio di testimoni, che hanno raccontato di decapitazioni, stupri, cannibalismo e tutte le altre atrocità commesse sotto il diretto controllo di Chea e Pot. E allora vale la pena di concludere che l’aderenza di una definizione da dizionario rimarrebbe impigliata in rete di significati fino a quando non si trasforma nella descrizione densa dell’esperienza umana come quella di Dith Pran, proprio perché la giustizia non va soltanto letta sui libri, ma se fai parte del genere umano conquistata con l’esperienza.

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